Duccio Galimberti, eroico comandante delle formazioni partigiane giustizia e libertà del Piemonte, venne ucciso dai fascisti 4 dicembre 1944.
Ecco come la figura del valoroso partigiano veniva illustrata su "Il Partigiano Alpino", un foglio clandestino della resistenza piemontese, uscito in edizione speciale, 15 dicembre del 1944.
"I fascisti non hanno osato tradurre Duccio Galimberti dinanzi ai loro tribunali, poiché sapevano con certezza che di fronte alla loro ferocia e bassa criminalità, alla loro colpa tremenda nei confronti della nazione, egli da accusato sarebbe diventato accusatore.
Temevano i carnefici di acuire troppo, nell’attesa e nelle fasi di un pur sbrigativo processo, la tensione dello sdegno e della della emozione popolare, e perciò preferirono freddarlo simulando un tentativo di fuga, e abbandonandone il cadavere in aperta campagna.
La figura di Lucio Galimberti è e resterà indissolubilmente legata alla storia gloriosa della lotta di liberazione nazionale, al cui centro egli si è posto come un uomo di partito e come combattente del corpo volontari della libertà.
L’11 settembre 1943, sopra Valdieri, adopera di Duccio ed alcuni suoi compagni, era costituito quel primo modesto nucleo di combattente, dal quale dovevano in seguito sorgere le valorose e ben agguerrite divisioni cuneesi delle formazioni di "Giustizia e Libertà", che unitamente alle altre bande del luogo in imprimevano alla guerra partigiana nella provincia di Cuneo, un ritmo, un grado di intensità e di estensione tali da portare in breve la provincia stessa, alla testa dell’intero movimento piemontese di resistenza.
Duccio, con le armi in pugno, nella consapevolezza superba di riprendere e continuare la tradizione gloriosa della prima colonna di "G.L." in Spagna, partecipa a varie operazioni militari. Nel 1944, durante un rastrellamento tedesco in Valgrana, in un combattimento di retroguardia, riporta tre ferite; non abbandona tuttavia il suo posto di comando sino a che non ha messo i suoi uomini al sicuro, rivolge loro ancora parole incitamento ed entusiasmo dopodiché soltanto accondiscende di essere trasportato con i mezzi di fortuna in ospedale, dove sarà operato.
Breve è tuttavia l’interruzione della sua attività, che egli ben presto riprende, chiamato ad assumere il comando regionale delle formazione "Giustizia e Libertà" e a far parte del comando piemontese del corpo volontari della libertà.
Conscio dei compiti di grande responsabilità affidategli, ricco di esperienza di guerra partigiana, dotato di volontà e di una capacità incomparabili di lavoro, profonde in questo le sue notevoli energie intellettuali, morali e fisiche.
Fu degno di continuatore dell’opera iniziata da Paolo Braccini, che nel martirio lo aveva preceduto.
Alle formazioni "Giustizia e Libertà" riuscì a dare un incremento notevolissimo e un compiuto organico inquadramento, ad affinare la sensibilità politica ed accrescerne lo spirito, la capacità di offfesa.
Al movimento partigiano nel suo insieme diede instancabile apporto della sua iniziativa e della sua attività, adoperandosi al massimo perché fra le varie formazioni se raggiungesse una totale proficua e collaborazione nella comunità di sforzi ed intenti.
Va di lui ricordata, infine, l’iniziativa presa per stabilire contatti col movimento francese di resistenza nella regione di frontiera: contatti che furono e saranno fecondi di risultati non solo sotto l’aspetto della collaborazione militare, ma anche perché con essi sono state gettate le basi della nuova solidarietà, italo-francese nella lotta contro il nazifascismo e per la nuova Europa.
Ducco Galimberti e resterà nel ricordo della sua opera, nel valore del suo esempio, vivo tra di noi, tra i compagni di partito e combattenti dell’esercito della liberazione.
E dal sacrificio suo, come da quelli di tutti gli altri valorosi che sono caduti sul campo di battaglia, noi sapremo attingere energie necessarie per superare vittoriosamente le dure sanguinose prove che ancora ci incombono."
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