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L'odio di Hitler raccontato da una donna ebrea



Mi chiamo Miriam. Sono nata a Berlino, in Germania. Quando ero piccola, la mia vita era normale: andavo a scuola, giocavo con le mie amiche nel cortile e la domenica mio padre mi portava a comprare dolci. Noi eravamo ebrei, ma per me non significava quasi niente. Eravamo semplicemente una famiglia come tutte le altre.

Poi le cose iniziarono a cambiare.

Dopo la Prima guerra mondiale, molte persone erano arrabbiate e tristi. Il paese stava male. Ricordo gli adulti parlare spesso di soldi che non bastavano e di lavoro che mancava. In quel periodo un uomo iniziò a parlare sempre più forte alla radio e nei comizi: Adolf Hitler.

All’inizio non capivo bene cosa dicesse. Ma mio padre sì. Una sera lo vidi seduto al tavolo della cucina, con il giornale in mano, molto preoccupato.

“Dice che gli ebrei sono il problema della Germania”, disse piano.

Non aveva senso. Il mio papà era un sarto. Lavorava tutto il giorno. Che problema poteva essere?

Ma le parole di Hitler si diffusero ovunque. Nei giornali, nei discorsi, nei cartelloni. Nel suo libro, Mein Kampf, diceva che persone come me erano pericolose per la Germania.

Un giorno andai al negozio di pane sotto casa e trovai un cartello davanti alla porta:
“Non comprate dagli ebrei.”

La signora che ci conosceva da anni abbassò gli occhi e non disse niente.

Poco dopo successe qualcosa di ancora peggiore. Nel 1935 arrivarono le Leggi di Norimberga. Non capivo tutte quelle parole complicate, ma capivo la conseguenza: improvvisamente non eravamo più uguali agli altri. Lo Stato diceva che non eravamo veri cittadini.

Alcune delle mie compagne di scuola smisero di parlarmi. Una di loro mi disse:
“Il maestro dice che voi ebrei non siete come noi.”

Io tornai a casa e piansi senza capire cosa avessi fatto di sbagliato.

Poi arrivò la notte che non dimenticherò mai.

Era novembre 1938, la Notte dei cristalli. Mi svegliai sentendo urla e vetri che si rompevano. Dalla finestra vedevo fumo e persone correre. Il negozio di un vicino ebreo era stato distrutto. Le vetrine erano in mille pezzi.

Mia madre mi abbracciò forte. Mio padre sussurrò:
“Dobbiamo stare zitti e sperare che non vengano qui.”

Quella notte capii una cosa terribile: alcune persone avevano iniziato a odiarci solo perché eravamo ebrei.

Qualche anno dopo iniziò la Seconda guerra mondiale, e quell’odio sarebbe diventato qualcosa di ancora più spaventoso: ciò che oggi chiamiamo Olocausto.

E se oggi racconto questa storia, è perché nessuno dimentichi come tutto è iniziato:
non con i campi di sterminio, ma con parole di odio che, poco alla volta, molte persone hanno iniziato a credere.

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